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Painting is silent poetry, and poetry is painting that speaks. Simonides

Davide Tito




















Davide Tito


Docente d'accademia di belle arti


"LA POTENZA ARCAICA DI DAVIDE TITO

Chiuderà i battenti domenica 8 giugno, presso l’ex Sala Marconi di Alcamo, la personale dell’artista siciliano Davide Tito. Le sue sculture sono corpi espansi, ma leggeri e dinamici, come vele fluttuanti in una distesa di acque placide, il mare in cui l’artista naviga con la sua fantasia. La materia sembra svuotarsi, perdere di peso e di consistenza, quale corrispettivo di un modo di essere, di porsi nella società con umiltà e rispetto. La forma è sinuosa, non conosce le asprezze del vivere quotidiano perché si proietta in una dimensione superiore, che conduce alle radici del sentimento esistenziale.
Al fine di penetrare l’essenza del suo lavoro, mi addentro in quelle che, a mio giudizio, sono le opere più significative. Il ventre teso ed elastico del Bagnante può leggersi come allusione al grembo cosmico, dove l’animus individuale si diluisce nella sostanza divina, addolcendo le asperità e temperando gli spigoli. Proprio in questo connubio si intuisce il senso dell’opera di Davide: l’incontro tra l’io e l’Altro, la esplicitazione dei propri slanci che si fanno materia e si manifestano al mondo esterno. L’argilla, materiale duttile e denso di richiami archeologici, appare purgata di ogni impurità e cotta in un forno ben ossigenato, per assumere quella colorazione delicata e quella levigatezza di superfici che rievocano i fasti della ceramica figulina.
Altra opera esposta è Il tuffatore, che a differenza del suo omologo di Paestum, non si tuffa nella vastità del mare, ma nello spazio angusto di un cassetto. La testa del tuffatore è tagliata come un canopo etrusco, che non contiene le ceneri del defunto, ma il suo spirito, rappresentato da un’agile figurina, pronta a tuffarsi nell’oscurità dell’inconscio. Ma il cassetto è anche lo spazio della memoria, il luogo in cui riponiamo i nostri ricordi più cari, in attesa di poterli rievocare. L’azione del tuffo appare bloccata in un attimo perenne, collocandosi in una dimensione astratta e atemporale, memore della lezione metafisica di Carrà e De Chirico.
Il ripensamento dell’antico è presente anche nella Giuditta e Oloferne, che nella vistosa sproporzione della testa mozzata – ispirata al San Gerolamo di Bernini nel Duomo di Siena – pone in primo piano la vittoria sul tiranno. Il vigore espressivo della grande testa è accentuato dalla tensione oculare, dall’inarcamento delle rughe sulla fronte e dalle robuste ciocche di barba che, al pari delle labbra semiaperte, appaiono sconvolte dalla violenza subita. Giuditta, trionfante su un podio, ancora trasuda sensualità ed erotismo dal molle incarnato del suo corpo. L’eroina di Betulia non indossa gioielli e abiti sontuosi, come nelle celebri redazioni di Artemisia Gentileschi, ma si presenta candidamente nuda, con gli occhi carichi di disprezzo e il coltello stretto nella mano sinistra, quasi volesse colpire ancora. L’artista non intende rappresentare l’atto dell’omicidio, ma la vittoria contro l’oppressore, non il sangue che erompe dal collo mozzato, ma il volto ormai esanime del generale assiro.
Se Giuditta si presenta come la dea Pomona, dalla corporatura molle e adiposa, invece la Donna-Albero è una figura scarna, consunta, segnata da profonde incisioni che accentuano l’esilità delle membra. Una folta chioma verde incornicia il volto dolcemente assorto, con le palpebre calate sugli occhi e le labbra serrate in un silenzio arcaico."

Marco di Mauro
quote (2008)










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