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Painting is silent poetry, and poetry is painting that speaks. Simonides

Ida Budetta





















Ida Budetta




"Sono andato a trovare Ida Budetta nel suo studio milanese e aggirandomi tra i quadri (dai titoli emblematici come: <<Forse era un angelo>>, <<Ermafrodito blu>>, <<Sonata per un inganno barocco>>, <<Amazzone metropolitana>>, <<Nostra signora dell’ambiguo latente>>, <<Tramite mistico>>, <<Annunciato con nodo>>, <<Annunciante dei semi dell’ambiguo latente>>, <<Stranianti androginie>>) le chiedevo di parlami di lei.

È difficile, però, colloquiare con questa pittrice introversa, chiederle delle sue esperienze: detesta confidarsi, preferisce vivere nel silenzio; sente la difficoltà di un dialogo, di una vera comunicazione, se non attraverso l’arte, perché l’umano l’ha nauseata. È impossibile adattarsi alla sua “normalità”, a quella sua estrema economia di parola e di gesto: è una donna minuta, ma forte, dallo sguardo timido, eppure chiaro e intenso; piena d’immaginazione, di quel piacere che basta a se stesso, che non cerca riconoscimenti e investiture, secondo una visione del mondo e degli accadimenti che è dell’antica saggezza. Per assumere un termine musicale, la sua vicenda umana e intellettuale somiglia a un “moderato” che in un indicibile senso di gioia, d’estasi, di passione pittorica, si fa agitato di motivi dominanti, groviglio tormentato, inquieto e pessimistico del proprio vissuto. La sua opera allora diviene metafora della vita con le sue promesse disattese, nodi metafisici come dilemmi da sciogliere. Le sue creature, presenze androgine, sono contornate da simboli, che come baccelli devono essere aperti per scoprirne i significati reconditi: così le mani non sono che scudi ingentiliti per difendersi da qualcosa che non si sa che cos’è; perfino le ali di un angelo si formano a corazza; i copricapo diventano elmi; un fiore ingigantito può trasformarsi addirittura in riparo di esseri senza porte né finestre, come monadi leibniziane.


Ida Budetta possiede una pittura che adotta colori trasparenti, sfumati, e che raggiunge la perfezione tecnica con la linearità del disegno e un rigore stilistico, nella continua conquista della plasticità.
Quest’artista che dal 1984 vive e opera a Milano – è nata a Montecorvino (SA) nel 1945 – pare legata a una concezione geometrica dalle forme raffinate, quasi fosse influenzata da una filosofia zen che analizza il senso del bello, in una controllata e delicata sobrietà. Ella dispone le figure quasi fossero all’interno di un rito: anime contemplative in uno stato d’illuminazione. La sua ricerca espressiva, dunque, sembra spinta dall’inconscio, originata da un’intensa esplorazione dell’animo umano, con le sue pulsioni e i suoi stimoli.
In questi spazi aperti alla fantasia, sottolineati in modo particolare da una visuale femminile, colma di sentimenti limpidi e costruttivi, l’autrice ci presenta, in uno stile personale, volti di figure finemente stilizzate, attorniate di segni di raffinata grafia od oggetti di un ambiente limbo-mitologico che, disseminati nelle composizioni, paiono trasformarsi in ritmici arabeschi. <<Si riattivano così figure stilizzate e inconsumabili poi metafisiche, nel cui silenzio si riscopre una serie d’intensi equilibri grafici, senza peso realistico, né dissolvenze per il gioco etereo di una qualche speranza trascendentale>>, scriveva Domenico Cara nel catalogo della mostra che la Budetta ha tenuto qualche anno fa alla <<Ciovasso>> di Milano (una precedente mostra, allestita sempre nella galleria di Giovanni Billari nel 1999, era stata presentata, con una critica dal titolo <<Il volo della crisalide>> da Gianni Pre, direttore di ControCorrente rivista che alla pittrice ha dedicato un numero della rivista).
La Budetta, che si è impegnata anche in altri settori artistici quali la ceramica, il design, la scultura, predilige, fin dagli anni Settanta, la pittura e ha esposto in diverse mostre personali e collettive in città importanti italiane e straniere.
I punti d’incontro riflessivi di questa pittura sono molteplici, e spesso accomunati da un’atmosfera enigmatica: vi si alternano un precisionismo geometrico dell’oggettività; la magia plastica della luce; l’iconografia vagamente <<orientale>> o <<rinascimentale>> diffusa nei costumi, nei ritratti, nelle posture; uno stupore neoprimitivo intriso d’intimismo e di silenzio; il filtraggio lirico del colore.
Totalmente le cromie della Budetta si armonizzano su colori tenui, tendenti al bruno, dove una luce diffusa sembra aprire spiragli di cielo. I volumi dei corpi morbidi e vellutati, poi, danno il senso di un modellato a rilievo, per quell’immersione irreale, metafisica, in una dimensione evocativa e lirica che ricordano il mistero e il sogno.
Le donne pallide di Ida Budetta, eteroverginali ed etero-angeliche, nella loro bellezza statica si fanno mistero angoscioso dell’esistenza stessa e se gli uomini paiono esclusi da questa raggelante femminilità, essi hanno una presenza misteriosa e ieratica in certi volti-maschera o negli ambigui <<pomi d’Adamo>>: così l’autrice, rimasta ostinatamente fedele alla medesima ispirazione mentale, sembra ritrovarsi nei versi di Edgar Allan Poe: <<Tutto quel che vediamo, quel che sembriamo/ non è che un sogno dentro a un sogno>>.
Accanto alla pittura la Budetta rivolge una grande attenzione al disegno e questo perché esso le consente quella spontaneità e quella immediatezza espressiva che meglio rispecchiano l’idea al suo primo apparire e ciò sia nel caso si tratti di studio preparatorio, sia che venga concepito come opera fine a se stessa, espressione autosufficiente di un momento del proprio pensiero estetico.
Di Ida Budetta non so nulla: mi trovo privo di appigli biografici, se non dei suoi quadri; le chiedo qualche informazione, qualche notizia della sua vita e lei mi risponde che ciò che conta sono i suoi lavori che, in effetti, paiono come le tessere di un mosaico e producono un esito diverso a seconda che siano osservati isolatamente o immersi nel contesto creato dalle loro vicinanze e dalle loro somiglianze-diversità.
Attraverso la pittura, la Budetta si pone in mistica contemplazione della realtà. Ella purifica le sue immagini da ogni segno di caos, per tendere a un’armonia cosmica, simbolo di un equilibrio di salvezza. Le sue figure androgine, coesistenti di tutti gli attributi e dei suoi contrari, assurgono (per usare una mia espressione) quasi a divinità “quotìdome” (quotidiane e domestiche) autosufficienti, derivanti da un’unica fonte di vita, confuse in un unico uovo del caos primordiale. Del resto le creature della Budetta hanno spesso la testa simile a un uovo, e la loro sinuosità sprigiona contemporaneamente principi terresti e celesti, luminosi e oscuri, dove l’Adamo si fa apparentemente duplice, prima della creazione di Eva.
<<La facoltà recitativa di tali idoli – scrive Domenico Cara – non hanno bosco o singolare destino e la loro lotta si compie nel grembo degli stessi scrupoli compositivi, che la pittrice costruisce come ritratti di qualcuno che è stato scoperto nel deserto dell’essere, senza storia esplicita o traccia sospesa di qualcuno che è>>.
Le opere di Ida Budetta, qualche anno fa, sono state approfonditamente esaminate da Giuseppe Ferrigno, sulla rivista <<Quadri e sculture>>, il quale scrive tra l’altro: <<Le donne che vivono nei suoi quadri sembra che possano entrare e uscire a loro piacimento dall’universo maschile o femminile a seconda della circostanza, esprimendo, così, la tensione dinamica a divenire finalmente “persone” complete attraverso una crescita maturativa, che privilegia l’ambiguità ermafroditica come sicuro rifugio dal pericolo di scivolare nel ruolo di sottomessa Penelope, vittima sacrificale accogliente come un uovo, come una madre, come una sposa obbediente al sultano>>.
Le tele di questa pittrice dalle grandi qualità tecniche racchiudono, infatti, profondi contenuti che vanno dalla difficoltà del vivere quotidiano, all’incomunicabilità, al misterioso fascino magnetico dei sogni, ai quali l’artista ricorre non per illustrare la vita, ma, come asserisce Ferrigno, <<per continuare a viverla nel pieno coinvolgimento di tutti i sensi attraverso una pittura, che non è semplice svago né rappresentazione, ma sicuramente “evento” drammatico>>.
Così la sua pittura nasce da un mondo apparentemente enigmatico, irreale, da silenzi creati nello spazio e trasferiti nelle regioni poetiche, dove l’intensità di sogno provoca inquietudine, ansia di abbeverarsi di ogni cosa. Un universo di simboli irradianti, indefiniti, silenziosi, dove tutto è concepito come un mistero al di là dei confini dell’umano: così l’arte si approssima allo stato di visione onirica che l’autrice trae dalla profondità del proprio essere, tant’è che i suoi quadri, ricchi d’allusioni e di riferimenti, incontrano il consenso non solo della critica, ma anche del pubblico, che vede in essi i propri miraggi irrealizzabili."

Giuseppe Possa

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